Dei documenti governativi trapelati rivelano che i funzionari governativi statunitensi hanno accesso a un portale speciale attraverso il quale possono segnalare direttamente i post di Facebook e Instagram e chiedere che vengano “soffocati o soppressi”, ha riferito The Intercept lunedì.

Memo, e-mail e documenti pubblici interni del Dipartimento della Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti (DHS) delineano “un ampio sforzo” da parte del DHS per influenzare le piattaforme tecnologiche, nonostante l’amministrazione Biden non sia riuscita, all’inizio di quest’anno, a lanciare un Disinformation Governance Board (Consiglio per la governance della disinformazione).

Al 31 ottobre, il “sistema di richiesta di contenuti” all’indirizzo facebook.com/xtakedowns/login era ancora attivo, nonostante il clamore suscitato all’inizio dell’anno quando i procuratori generali di 20 stati hanno minacciato azioni legali se l’amministrazione Biden non avesse immediatamente sciolto l'”orwelliano” Consiglio per la governance della disinformazione.

Mark Crispin Miller, professore di Media, Cultura e Comunicazione alla New York University, ha dichiarato a The Defender che la collusione tra il governo degli Stati Uniti e le aziende dei media per censurare i cittadini americani non è una novità, ma ora è diventata una “tendenza catastrofica”.

Il Dott. Michael Rectenwald, autore di “Arcipelago Google: The Digital Gulag and the Simulation of Freedom” (Il gulag digitale e la libertà simulata), ha dichiarato a The Defender:

“Il rapporto di The Intercept convalida ciò che molti sapevano che era stato intrapreso dal Dipartimento della Sicurezza Nazionale, nonostante la rottamazione del suo Consiglio per la governance della disinformazione”.

Rectenwald ha affermato che il coordinamento tra il governo e le aziende mediatiche conferma la sua affermazione che le aziende di social media non sono semplicemente “aziende private”, ma sono “apparati statali e unipartitici” – ciò che ha definito “governmentalities” [complessi simil-governativi] – che “danno capacità speciali allo Stato aggiungendo precisione, portata e penetrazione al potere statale”.

In effetti, molte delle persone incaricate di moderare i contenuti di Facebook sono state reclutate dal governo, tra cui la CIA, l’FBI e il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti.

“L’empia alleanza tra lo Stato e queste aziende è stata storicamente chiamata fascismo”, ha aggiunto Rectenwald.

Biden ha “messo in pausa” l’ampiamente ridicolizzato Consiglio – almeno pubblicamente

Il 18 maggio, l’amministrazione Biden ha messo in “pausa” il Consiglio, provocando le dimissioni di Nina Jankowicz, incaricata di guidare l’iniziativa. Tuttavia, il portale ancora attivo consente ai funzionari con un indirizzo e-mail .gov o delle forze dell’ordine di richiedere la censura in nome della lotta alla “disinformazione”.

Né il DHS né Meta, la società madre di Facebook, hanno risposto alla richiesta di The Intercept di commentare il rapporto.

Secondo The Intercept, il Consiglio per la governance della disinformazione del DHS all’inizio era stato progettato per controllare tre forme di discorso che potrebbero minacciare gli interessi degli Stati Uniti:

  • “Misinformazione”: informazioni false diffuse involontariamente.
  • “Disinformazione: informazioni false diffuse intenzionalmente.
  • “Malinformazione: informazioni fattuali condivise, tipicamente fuori contesto, con intento dannoso”.

Anche se il Consiglio è stato ridimensionato e poi chiuso dopo essere stato ampiamente ridicolizzato, secondo The Intercept sono in corso altri sforzi del DHS per monitorare i social media di nascosto.

Un rapporto dell’agosto 2022 dell’Ufficio dell’ispettore generale del DHS ha monitorato gli sforzi fatti dal DHS dal 2018 per “contrastare la disinformazione” – e ha concluso che quegli sforzi non erano sufficienti.

“Sebbene i componenti del DHS abbiano lavorato su varie piattaforme di social media per contrastare la disinformazione, il DHS non ha ancora una strategia unificata a livello di dipartimento per contrastare efficacemente la disinformazione che proviene da fonti sia straniere che nazionali”, si legge nel rapporto.

“Senza una strategia unificata, il DHS e i suoi componenti non possono coordinarsi efficacemente, né internamente né esternamente, per contrastare le campagne di disinformazione che appaiono sui social media”, ha aggiunto.

Secondo una bozza della Quadrennial Homeland Security Review (Revisione quadriennale della sicurezza nazionale) del DHS, ottenuta da The Intercept, il dipartimento prevede di prendere di mira le “informazioni imprecise” su una serie di argomenti, tra cui “le origini della pandemia da COVID-19 e l’efficacia dei vaccini anti COVID-19, la giustizia razziale, il ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan e la natura del sostegno degli Stati Uniti all’Ucraina”.

La bozza della revisione chiedeva inoltre al DHS di “sfruttare tecnologie avanzate di analisi dei dati e di assumere e formare specialisti qualificati per comprendere meglio come gli attori delle minacce utilizzano le piattaforme online per introdurre e diffondere narrazioni tossiche destinate a ispirare o incitare alla violenza, oltre che collaborare con ONG [organizzazioni non-governative] e altre parti della società civile per costruire una resistenza agli impatti delle false informazioni”.

La bozza non includeva una definizione concisa di “attori delle minacce”, un’omissione preoccupante, secondo Adam Goldstein, vicepresidente della ricerca presso la Fondazione per i diritti individuali e l’espressione.

“A prescindere dalle convinzioni politiche di ognuno, abbiamo tutti buone ragioni per essere preoccupati degli sforzi del governo per fare pressione sulle piattaforme private di social media affinché arrivino alle decisioni preferite dal governo su quali contenuti possiamo vedere online”, ha dichiarato Goldstein a The Intercept.

“Qualsiasi richiesta governativa alle piattaforme di social media di rivedere o rimuovere determinati contenuti dovrebbe essere fatta con estrema trasparenza”, ha aggiunto.

Nel giugno 2022, un comitato consultivo dell’Agenzia per la sicurezza informatica e delle infrastrutture (Cybersecurity and Infrastructure Security Agency, CISA) del DHS – di cui facevano parte Vijaya Gadde, responsabile del settore legale, delle politiche pubbliche e della sicurezza di Twitter, e la dottoressa Kate Starbird, professoressa presso il Dipartimento di progettazione e ingegneria umano-centriche dell’Università di Washington, hanno redatto un rapporto per il direttore della CISA in cui il comitato chiedeva un ruolo espansivo dell’agenzia nel plasmare l’ “ecosistema delle informazioni“.

Il rapporto del comitato chiedeva alla CISA di monitorare da vicino “le piattaforme di social media di tutte le dimensioni, i media principali, i notiziari via cavo, i media di partito, le talk radio e altre risorse online”.

Esperto dice che ci sono le prove della censura politica da parte dello “Stato profondo”

Secondo Rectenwald, il DHS ha violato i diritti del Primo Emendamento dei cittadini statunitensi – “con l’esplicita collaborazione dei social media” – nell’imporre le narrazioni e i dettami ufficiali dello Stato.

“Insieme alle aziende di social media, costoro sono una specie di Pravda americana”, ha detto Rectenwald. Il giornale russo Pravda è stato l’organo ufficiale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica dal 1918 al 1991.

“Il ‘portale di servizio’ del DHS su Facebook e Instagram è una prova della censura politica da parte dello Stato profondo”, ha dichiarato Rectenwald, riferendosi a una “burocrazia permanente che gli elettori non hanno eletto né possono cambiare, ma che opera indipendentemente dalla volontà degli elettori”.

Secondo il verbale della riunione della CISA e altre documentazioni allegate a una causa intentata dal procuratore generale del Missouri Eric Schmitt secondo la quale il governo degli Stati Uniti avrebbe censurato le opinioni degli scienziati che hanno scritto la “Dichiarazione di Great Barrington, “le discussioni tra i funzionari della CISA hanno rivelato l’entità e la portata dell’intervento governativo nel discorso online, arrivando addirittura a coprire i meccanismi di snellimento delle richieste di rimozione di informazioni false o intenzionalmente fuorvianti.

Ad esempio, un messaggio di testo scambiato a febbraio tra il direttore della CISA Jen Easterly e un altro dipendente della CISA che ora lavora alla Microsoft, recitava: “Le piattaforme devono sviluppare un rapporto più amichevole con il governo. La loro esitazione è davvero interessante”.

In una riunione della CISA di marzo, Laura Dehmlow, funzionario dell’FBI, ha affermato che la minaccia di informazioni sovversive sui social media potrebbe minare il sostegno al governo degli Stati Uniti.

Gli appunti di quella riunione – alla quale hanno partecipato dei dirigenti di Twitter e JPMorgan Chase – mostrano come Dehmlow abbia sottolineato che “abbiamo bisogno di un’infrastruttura mediatica che risponda delle sue responsabilità”.

Twitter ha comunque dichiarato a The Intercept che “non si coordina con altre entità quando prende decisioni sulla moderazione dei contenuti e valuta in modo indipendente i contenuti in linea con le Regole di Twitter”.

Tuttavia, altri documenti – oltre alle note della riunione della CISA di marzo – suggeriscono che ci sia un coordinamento tra il governo federale e Twitter in merito ai contenuti consentiti sulla sua piattaforma.

Nel luglio del 2021, Twitter ha bloccato Alex Berenson, ex reporter del New York Times e autore di 13 romanzi, dopo che Biden aveva detto che i social media “uccidevano le persone” permettendo agli scettici dei vaccini di parlare.

Circa un mese dopo, Twitter ha bannato definitivamente Berenson, che ha anche una pagina Substack chiamata “Unreported Truths” (Verità non pubblicate).

Nel dicembre 2021, Berenson ha citato Twitter in un tribunale federale, sostenendo che l’azienda aveva violato il contratto con Berenson perché in precedenza gli aveva assicurato che non stava facendo nulla di male secondo le loro regole e che tutto ciò che aveva detto sulla loro piattaforma era accurato.

Le comunicazioni interne di Twitter, ottenute grazie alla richiesta del tribunale, hanno rivelato che la Casa Bianca aveva preso di mira proprio lui durante l’incontro privato con Twitter.

Le comunicazioni hanno mostrato che dei membri di alto livello dell’amministrazione Biden – tra cui il consigliere senior della Casa Bianca Andy Slavitt – hanno spinto Twitter a sospendere definitivamente Berenson dalla piattaforma.

“Ora posso chiamare in causa direttamente la Casa Bianca”, ha detto Berenson a Robert F. Kennedy, Jr. in un recente episodio di “RFK Jr. The Defender Podcast “, “citando le persone che erano alla Casa Bianca in quel momento, per aver cercato di limitare i miei diritti di libertà di parola”.

Ulteriori prove della possibile collusione del governo federale con le aziende Big Tech per censurare gli utenti potrebbero essere rivelate a seguito di una sentenza della corte federale del 21 ottobre che ha ordinato al dottor Anthony Fauci e ad altri funzionari di alto livello di testimoniare sotto giuramento durante le deposizioni per la causa del procuratore generale Schmitt.

Jenin Younes, un avvocato della New Civil Liberties Alliance coinvolto nella causa, ha detto che non vede l’ora di scoprire fino a che punto si sono spinti i funzionari governativi accusati per imporre la loro “prospettiva” sulla COVID-19.

“Per la prima volta, il dottor Fauci e altri sette funzionari federali responsabili della gestione di un’impresa di censura illegale dovranno rispondere sotto giuramento a domande sulla natura e la portata delle loro comunicazioni con le aziende tecnologiche“, ha dichiarato Younes in una dichiarazione a The Epoch Times.

Children’s Health Defense (CHD) ha citato in giudizio anche Meta, i suoi “fact checker indipendenti” e Mark Zuckerberg, sostenendo che hanno lavorato insieme all’amministrazione Biden per censurare i contenuti dei social media di CHD.

È una specie di far west là fuori”

Come ha sottolineato The Intercept, il Privacy Act del 1974, creato dopo lo scandalo Watergate, limita la capacità del governo di raccogliere dati sugli americani che esercitano i loro diritti in base al Primo Emendamento.

I gruppi per la libertà civile continuano a sostenere che lo statuto limita la capacità del DHS e dell’FBI di sorvegliare l’ espressione di opinioni politiche degli americani sui social media, ma lo statuto prevede esenzioni per le informazioni raccolte ai fini di un’indagine penale o di polizia.

Faiza Patel, direttore senior del Brennan Center for Justice’s Liberty and National Security Program, ha dichiarato a The Intercept: “Non ci sono vincoli legali specifici sull’uso dei social media da parte dell’FBI. Le linee guida del procuratore generale consentono agli agenti di esaminare i social media prima di qualsiasi indagine”.

“Quindi è una specie di Far West là fuori”, ha aggiunto.

Un funzionario dell’FBI intervistato da The Intercept ha deplorato il fatto che ora gli USA controllino senza mandato i loro cittadini e ha detto: “Amico, non so nemmeno più cosa sia o non sia legale”.

La CISA si è vantata di una missione evoluta per monitorare le discussioni sui social media

A seguito di episodi di hacking di alto profilo ai danni di aziende statunitensi, nel 2018 il Congresso ha approvato – e l’allora presidente Donald Trump ha firmato – il Cybersecurity and Infrastructure Security Agency Act (Legge sulla CISA), che ha costituito una nuova ala del DHS incaricata di proteggere le infrastrutture critiche nazionali.

Fin dall’inizio, la CISA si è vantata di avere una “missione evoluta” per monitorare le discussioni sui social media e “instradare i problemi di disinformazione” verso le piattaforme del settore privato”, si legge nel rapporto di The Intercept.

Inoltre, nel 2018 il DHS ha creato – sotto la guida dell’allora segretario del DHS Kirstjen Nielsen – la Countering Foreign Influence Task Force (Gruppo speciale per combattere le influenze straniere) per rispondere alla disinformazione elettorale.

La task force comprendeva membri della CISA e dell’Ufficio di intelligence e analisi del DHS, che insieme hanno generato “intelligence sulle minacce” relative alle elezioni e poi hanno informato le piattaforme di social media e le forze dell’ordine, secondo quanto riportato da The Intercept.

Nel 2019, il DHS ha creato un altro ramo, il Foreign Influence and Interference Branch (Ramo per le influenze e interferenze straniere), per generare informazioni più dettagliate sulla disinformazione. Nello stesso anno, il suo staff è cresciuto fino a 15 addetti tra dipendenti a tempo pieno e dipendenti a tempo parziale dediti all’analisi della disinformazione.

Nel 2020, gli sforzi sulla disinformazione del DHS si sono ampliati fino a includere la COVID-19, secondo una valutazione della minaccia interna dell’ottobre 2020.

Nel gennaio 2021, sotto l’amministrazione Biden, la CISA ha sostituito la Task Force Countering Foreign Influence con il team “Misinformation, Disinformation and Malinformation” [MDM], al fine di “promuovere una maggiore flessibilità per concentrarsi sulla MDM in generale“.

La narrazione sempre presente: la censura non è solo giustificata ma moralmente necessaria

Crispin Miller ha scoperto che la collusione del governo con le aziende dei media per limitare la libertà di parola risale agli anni Sessanta.

Gradualmente, negli ultimi sessant’anni, è diventato sempre più difficile – e ultimamente pericoloso – contraddire le narrazioni diffuse dal governo e dai media”, ha affermato Crispin Miller. “A partire dalla fine degli anni ’60, chi ha messo in dubbio la storia ufficiale dell’assassinio di JFK e di altri eventi chiave è stato per lo più etichettato come ‘complottista'”.

“Negli ultimi 10 anni circa, il ridicolo ha lasciato il posto a un’accesa condanna, trattando il semplice dissenso rispetto a questa o quella versione ufficiale come (in qualche modo) un pericolo esistenziale per tutti noi”, ha affermato Crispin Miller.

Crispin Miller ha continuato:

“Così, da tre anni a questa parte, è stato trattato come un crimine contro l’umanità mettere in discussione qualsiasi “misura COVID” imposta a tutta l’umanità dai governi di tutto il mondo – in particolare la “vaccinazione” anti COVID, che è essa stessa [enfasi originale] un crimine contro l’umanità, eppure è pericoloso dirlo.

Allo stesso modo, ora è considerato (in qualche modo) un crimine contro la democrazia e una grave minaccia alla “sicurezza nazionale” mettere in dubbio i risultati di un’elezione, e coloro che lo fanno vengono definiti “negazionisti elettorali”, come se l’incredulità nei confronti del risultato ufficiale di elezioni presidenziali o congressuali equivalesse in qualche modo alla negazione dell’Olocausto [enfasi originale] “.

Anche Glenn Greenwald, giornalista, autore e avvocato, ha sottolineato che circola una narrazione problematica che considera la censura come giustificabile e moralmente necessaria.

Greenwald, uno dei tre redattori che nel 2014 hanno co-fondato The Intercept, ha scritto in un post su Substack del 28 ottobre:

“Guardate qualsiasi governo o società in cui la censura ha prevalso, oggi o nel corso della storia. Questa narrazione sul perché la censura non sia solo giustificata ma moralmente necessaria è sempre presente.

“Nessuno vuole pensare di essere un sostenitore della censura. [I sostenitori della censura] devono trovare una storia che spieghi perché sono diversi, o almeno perché la censura che essi sono portati a sostenere è giustificata in modo univoco.

“E funziona perché, nel senso più distorto possibile, questo ragionamento fa appello alla ragione. Se si crede davvero, come fanno milioni di progressisti americani, che gli Stati Uniti si trovino di fronte a due sole scelte – o (1) eleggere i democratici e assicurarsi che governino o (2) vivere sotto una dittatura fascista nazionalista bianca – allora ovviamente queste persone crederanno che le campagne di disinformazione dei media, la censura e altre forme di autoritarismo siano necessarie per assicurare la vittoria dei democratici e la sconfitta dei loro avversari.

“Una volta abbracciata questa logica auto-glorificante – i nostri avversari non sono semplicemente in disaccordo con noi, ma causano danni con l’espressione delle loro opinioni [enfasi originale] – allora più vengono soppressi, meglio è”.

“E questo è esattamente ciò che sta accadendo ora”, ha aggiunto Greenwald.