The Defender Children’s Health Defense News and Views
Close menu
Close menu

You must be a CHD Insider to save this article Sign Up

Already an Insider? Log in

31-10-2023 News

Big Tech

‘Vogliamo difendere il vostro diritto di fare domande’: 138 luminari chiedono al governo e alle aziende tecnologiche di proteggere la libertà di parola

Il fondatore di WikiLeaks Julian Assange, il whistleblower Edward Snowden, l’attore e regista Tim Robbins, il regista Oliver Stone e il giornalista Glenn Greenwald sono tra i giornalisti, accademici, tecnologi, celebrità, autori, attivisti, intellettuali e pensatori famosi che hanno firmato la Dichiarazione di Westminster.

westminster declaration free speech

Un gruppo di 138 giornalisti, accademici, tecnologi, celebrità, autori, attivisti, intellettuali e pensatori famosi ha firmato questo mese una dichiarazione che chiede al governo, alle aziende tecnologiche e al pubblico di proteggere la libertà di parola e il discorso aperto.

Tra i principali firmatari figurano il fondatore di WikiLeaks Julian Assange, il whistleblower Edward Snowden, l’attore e regista Tim Robbins, il regista Oliver Stone, il giornalista Glenn Greenwald, lo psicologo Jordan B. Peterson, il comico John Cleese, il biologo Richard Dawkins, l’economista della Columbia University Jeffrey Sachs, e lo psicologo dell’Università di Harvard Steven Pinker.

Gli autori della Dichiarazione di Westminster, che mette in guardia dalla “crescente censura internazionale che minaccia di erodere norme democratiche secolari”, hanno scritto:

“Pur provenendo da sinistra, destra e centro, siamo uniti dal nostro impegno per i diritti umani universali e la libertà di parola, e siamo tutti profondamente preoccupati per i tentativi di etichettare i discorsi protetti [dalle leggi sulla libertà di parola] come “disinformazione” e altri termini mal definiti”.

Tra i firmatari ci sono anche persone che hanno criticato pubblicamente le narrazioni ufficiali COVID-19, tra cui il Dr. Jay Bhattacharya,, il Dr. Martin Kulldorff, il Dr. Aaron Kheriaty e il Dr. Robert Malone, pioniere ed esperto di vaccini e terapie a mRNA e DNA.

Tra i firmatari figurano anche giornalisti legati alla pubblicazione dei “Twitter Files”, come Lee Fang, Michael Shellenberger, Matt Taibbi, Bari Weiss e David Zweig.

La dichiarazione è stata firmata anche da Catherine Austin Fitts, editrice di The Solari Report ed ex assistente del Segretario degli Stati Uniti per la casa e lo sviluppo urbano. Ha dichiarato a The Defender che la dichiarazione “comunica l’impegno diffuso per la libertà di parola dei giornalisti e degli editori di tutto il mondo e il patto che condividiamo per proteggere e sostenere la trasparenza”.

La dichiarazione afferma:

“L’abuso di questi termini [“misinformation”, “disinformation”] ha portato alla censura di persone comuni, giornalisti e dissidenti in paesi di tutto il mondo.

“Tale interferenza con il diritto alla libertà di parola sopprime una valida discussione su questioni di urgente interesse pubblico e mina i principi fondamentali della democrazia rappresentativa”.

La dichiarazione cita il diritto nazionale e internazionale, compreso il Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (UDHR, acronimo di Universal Declaration of Human Rights), e casi specifici in cui i diritti di libertà di parola, compresi i discorsi pronunciati da alcuni dei firmatari, sono stati minacciati da attori pubblici e privati in molti Paesi.

Secondo la dichiarazione, si stanno erodendo le protezioni legali per la libertà di parola con nuove leggi che mirano a combattere la presunta “disinformazione” [mis- e disinformation] e per mezzo di entità private, come le piattaforme di social media e i “fact-checker“, che operano senza dover rendere alcun conto al pubblico.

Contrastare il “complesso industriale della censura”

La Dichiarazione di Westminster è il risultato di un incontro di “campioni della libertà di parola di tutto il mondo” che si sono riuniti a Westminster, Londra, alla fine di giugno 2023.

La dichiarazione, consegnata all’ufficio del Primo Ministro britannico Rishi Sunak, afferma che un “complesso industriale della censura“, composto da attori pubblici, privati e accademici, sta “collaborando in modo sempre più pressante per monitorare i cittadini e privarli della loro voce”.

Tra le entità citate come parte del “complesso industriale della censura” c’è la Cybersecurity and Infrastructure Security Agency, coinvolta in diversi “Twitter Files”, e “gli esperti di disinformazione” e i “fact-checker” dei media principali, che hanno abbandonato i valori giornalistici del dibattito e dell’indagine intellettuale”.

Secondo la dichiarazione:

“Sebbene la disinformazione straniera tra Stati sia un problema reale, le agenzie progettate per combattere queste minacce, come la Cybersecurity and Infrastructure Security Agency negli Stati Uniti, sono sempre più rivolte verso il pubblico.

“Con il pretesto di prevenire i danni e proteggere la verità, l’espressione viene trattata come un’attività che può essere consentita piuttosto che come un diritto inalienabile”.

Fitts ha descritto tali attori come “un sistema di governance segreto che dipende finanziariamente dalla criminalità organizzata e dalla guerra e che si muove verso il controllo completo delle transazioni finanziarie”.

Secondo la dichiarazione, si tratta di “sforzi coordinati su larga scala” per condurre la censura” che spesso operano “attraverso politiche governative dirette”.

La dichiarazione cita diversi esempi di politiche di questo tipo, tra cui il britannico Online Safety Bill [Progetto di legge sulla sicurezza online], l’australiano Combating Misinformation and Disinformation Bill [Progetto di legge sulla lotta alla disinformazione], l’irlandese Hate Speech Bill [Progetto di legge sui discorsi d’odio] e lo scozzese Hate Crime and Public Order Bill [Progetto di legge sul crimine d’odio e sull’ordine pubblico] come esempi di tentativi legislativi che “minacciano di limitare gravemente l’espressione e di creare un effetto di intimidazione”.

“Le autorità in India e Turchia hanno preso il potere di rimuovere i contenuti politici dai social media”, aggiunge la dichiarazione, mentre “il legislatore in Germania e la Corte Suprema in Brasile stanno criminalizzando il discorso politico”.

Le piattaforme di social media hanno “messo a tacere delle opinioni legittime”

La dichiarazione accusa il complesso industriale della censura di operare “attraverso metodi più sottili” rispetto all’intervento diretto del governo, tra cui “il filtraggio della visibilità, l’etichettatura e la manipolazione dei risultati dei motori di ricerca”.

“Attraverso la rimozione dalle piattaforme e la segnalazione (flagging), i censori dei social media hanno già messo a tacere le opinioni lecite su argomenti di importanza nazionale e geopolitica”, si legge nella dichiarazione, aggiungendo che ciò è stato realizzato “con il pieno sostegno di ‘esperti di disinformazione’ e ‘fact-checker'”.

La dichiarazione cita il Digital Services Act dell’UE, che “formalizzerà questo rapporto dando i dati della piattaforma a ‘ricercatori controllati’ di ONG e università, relegando i nostri diritti di espressione alla discrezione di queste entità non elette ed esenti da responsabilità legali”.

Come hanno rivelato i Twitter files, le aziende tecnologiche spesso eseguono una “moderazione dei contenuti” censoria in coordinamento con le agenzie governative e la società civile“, si legge nella dichiarazione, aggiungendo che “le app di messaggistica criptate end-to-end” come WhatsApp, Signal e Telegram sono ora nel mirino delle stesse entità.

“Se la crittografia end-to-end verrà violata, non ci resterà alcuna possibilità di effettuare conversazioni private autentiche nella sfera digitale”, si legge nella dichiarazione.

I dissidenti “pagano un prezzo per aver fatto domande difficili”

Scrivendo su Substack, molti dei giornalisti dietro la pubblicazione dei “Twitter Files”, tra cui Shellenberger e Taibbi, hanno fatto riferimento alla loro testimonianza di marzo al Congresso sull’esistenza di un “Complesso industriale della censura, composto da agenzie governative, organizzazioni non governative e grandi aziende tecnologiche che lavorano insieme per sopprimere le opinioni e le persone sgradite”.

Eppure, sostengono gli autori, “in quell’udienza e da allora, i membri eletti del Congresso, i principali mezzi di informazione e le ONG hanno sostenuto che non esiste un complesso di censura, ma solo persone che fanno ricerca e cercano di correggere la disinformazione e la malinformazione“.

Toby Young, direttore della Free Speech Union e firmatario della dichiarazione, ha dichiarato a The Epoch Times che la dichiarazione è “un tentativo da parte di un gruppo di persone che tengono alla libertà di parola di opporsi a una nuova e crescente motivazione per la censura, che è quella di proteggere le persone dalla disinformazione, dalla malinformazione e dai discorsi di odio”.

Riteniamo che, per usare le parole del giudice della Corte Suprema Louis Brandeis, il miglior rimedio per un discorso sbagliato sia “parlare di più, non imporre il silenzio””, ha aggiunto Young.

La giornalista e firmataria israeliana Efrat Fenigson, nel suo articolo di Substack sulla dichiarazione, si è descritta come “una voce dissidente rispetto a molte delle narrazioni mainstream”. Ha detto che “sta pagando un prezzo per aver fatto domande difficili e per aver parlato”.

Fenigson ha scritto che le persone devono lottare per la verità anche quando è scomoda, e istruirsi sulla “storia, sui poteri globali, sugli interessi locali e aziendali”. Senza questa conoscenza, ha detto, “siamo ciechi di fronte alla manipolazione, apatici alle sue conseguenze su di noi e siamo condannati a continuare a giocare nella matrice senza esserne consapevoli”.

Fenigson ha detto: “Di fronte ad atrocità indicibili, in cui le persone soffrono, vengono sfruttate e vittimizzate, diventa nostro dovere morale parlare a favore di coloro che non possono o non vogliono mettere in evidenza le informazioni necessarie per migliorare le loro condizioni”.

“La verità deve essere scoperta attraverso il dialogo e il dibattito”

Secondo la dichiarazione, negli Stati Uniti e nel diritto internazionale esistono solide protezioni per la libertà di parola e il discorso aperto, ma anche queste protezioni sono ora minacciate.

“Il Primo Emendamento degli Stati Uniti è un forte esempio di come il diritto alla libertà di parola, di stampa e di coscienza possa essere saldamente protetto dalla legge”, si legge nella dichiarazione, che descrive questa libertà come “una ‘prima libertà’ vitale da cui seguono tutte le altre”.

“Solo attraverso la libertà di parola possiamo denunciare le violazioni dei nostri diritti e lottare per nuove libertà”, si legge nella dichiarazione.

Le politiche governative statunitensi che hanno presumibilmente portato alla censura dei discorsi online, comprese le contronarrazioni COVID-19, sono contestate sulla base del Primo Emendamento in diverse cause in corso, tra cui Missouri et al. contro Biden et al. e Kennedy et al. contro Biden et al. I due casi sono stati consolidati a luglio.

La Dichiarazione di Westminster cita anche l’UDHR, che “è stata redatta nel 1948 in risposta alle atrocità commesse durante la Seconda Guerra Mondiale”, come un altro esempio di come le protezioni per la libertà di parola siano sancite legalmente.

La dichiarazione cita specificamente l’articolo 19 dell’UDHR, che recita: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione; tale diritto include la libertà di avere opinioni senza interferenze e la libertà di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”.

Secondo la dichiarazione:

“Come chiarito dall’articolo 19, il corollario del diritto alla libertà di parola è il diritto all’informazione. In una democrazia, nessuno ha il monopolio di ciò che è considerato vero. Piuttosto, la verità deve essere scoperta attraverso il dialogo e il dibattito – e non possiamo scoprire la verità senza ammettere la possibilità dell’errore.

“Anche se può essere necessario che i governi regolino alcuni aspetti dei social media, come i limiti di età, queste norme non dovrebbero mai violare il diritto umano alla libertà di espressione”.

Francis Boyle, professore di diritto internazionale presso l’Università dell’Illinois, ha affermato che esistono altre disposizioni di diritto internazionale che proteggono la libertà di parola, come il Patto internazionale sui diritti civili e politici, adottato nel 1966.

Boyle ha dichiarato a The Defender che il Patto “è la legislazione internazionale di attuazione dell’UDHR”, aggiungendo che “prevede forti protezioni per la libertà di parola ed è un trattato vincolante che può essere discusso nei tribunali delle sue parti contraenti”.

‘Il discorso aperto è il pilastro centrale della società libera’

I firmatari della Dichiarazione di Westminster sostengono che la libertà di parola comprende la protezione del diritto di esprimere ciò che può essere offensivo per alcuni:

“Riconosciamo che le parole possono talvolta offendere, ma rifiutiamo l’idea che i sentimenti feriti e il disagio, anche se acuto, siano motivo di censura. Il discorso aperto è il pilastro centrale della società libera ed è essenziale per responsabilizzare i governi, dare potere ai gruppi vulnerabili e ridurre il rischio di tirannia.

“La tutela della parola non riguarda solo le opinioni che condividiamo; dobbiamo proteggere strenuamente la parola per le opinioni che più fortemente contrastiamo. Solo nella pubblica piazza queste opinioni possono essere ascoltate e contestate in modo adeguato”.

La dichiarazione sottolinea che “più volte le opinioni e le idee impopolari sono diventate saggezza convenzionale”.

Lungi dal promuovere la prevalenza della disinformazione, la dichiarazione sostiene che la libertà di parola, e il robusto dibattito che essa promuove, costituiscono la migliore salvaguardia contro tali informazioni.

Etichettando alcune posizioni politiche o scientifiche come “disinformazione” o “malinformazione”, le nostre società rischiano di rimanere bloccate in falsi paradigmi che priveranno l’umanità di conoscenze faticosamente acquisite e cancelleranno la possibilità di acquisire nuove conoscenze. La libertà di parola è la nostra migliore difesa contro la disinformazione”, si legge nella dichiarazione.

Su questa base, e “in nome del benessere e della prosperità umana”, i firmatari della dichiarazione hanno lanciato tre appelli all’azione, tra cui:

  • Invitare “i governi e le organizzazioni internazionali ad adempiere alle loro responsabilità nei confronti del popolo e a sostenere l’articolo 19 della UDHR”.
  • Invitare “le aziende tecnologiche a impegnarsi a proteggere la sfera pubblica digitale, così come definita dall’articolo 19 dell’UDHR, e ad astenersi dalla censura politicamente motivata, dalla censura delle voci dissenzienti e dalla censura delle opinioni politiche”.
  • Invitare “il pubblico in generale a unirsi a noi nella lotta per preservare i diritti democratici del popolo”.

“Le modifiche legislative non sono sufficienti. Dobbiamo anche costruire dalle fondamenta un’atmosfera di libertà di parola, rifiutando il clima di intolleranza che incoraggia l’autocensura e che crea inutili conflitti personali per molti. Invece di paura e dogmatismo, dobbiamo abbracciare l’indagine e il dibattito”, si legge nella dichiarazione.

La censura in nome della “salvaguardia della democrazia” inverte quello che dovrebbe essere un sistema di rappresentanza dal basso verso l’alto in un sistema di controllo ideologico dall’alto verso il basso. Questa censura è in definitiva controproducente: semina sfiducia, incoraggia la radicalizzazione e delegittima il processo democratico”, ha aggiunto.

Fitts ha detto a The Defender che spera che la Dichiarazione di Westminster “ispiri milioni di persone in tutto il mondo a impegnarsi a condividere questa alleanza con noi”, notando che ci sono molte azioni che “individui, famiglie, gruppi comunitari, legislatori statali, funzionari e investitori” possono intraprendere in questa direzione.

“Più persone leggono e condividono la dichiarazione, più forte diventa l’impegno che condividiamo per la libertà di parola e la libertà in generale”, ha detto Fitts.

Descrivendo l'”attacco alla libertà di parola” come una “crisi dell’umanità”, la dichiarazione afferma che “tutte le campagne per l’uguaglianza e la giustizia nella storia si sono basate su un forum aperto in cui si poteva esprimere il dissenso”, citando il movimento per i diritti civili e l’abolizione della schiavitù come esempi chiave.

Al contrario, la dichiarazione afferma che nel corso della storia “gli attacchi alla libertà di parola sono stati un precursore degli attacchi a tutte le altre libertà”.

Secondo la dichiarazione:

“I regimi che hanno eroso la libertà di parola hanno sempre inevitabilmente indebolito e danneggiato altre strutture democratiche fondamentali. Allo stesso modo, le élite che oggi spingono per la censura stanno minando la democrazia. Ciò che è cambiato, tuttavia, è l’ampia scala e gli strumenti tecnologici attraverso i quali la censura può essere attuata.

“Noi sosteniamo il vostro diritto di fare domande. Avere discussioni accese, anche quelle che possono causare disagio, è molto meglio che non averne affatto. Non vogliamo che i nostri figli crescano in un mondo in cui si vive nel timore di espriimere la propria opinione. Vogliamo che crescano in un mondo in cui le loro idee possano essere espresse, esplorate e discusse apertamente”.

Suggest A Correction

Share Options

Close menu

Republish Article

Please use the HTML above to republish this article. It is pre-formatted to follow our republication guidelines. Among other things, these require that the article not be edited; that the author’s byline is included; and that The Defender is clearly credited as the original source.

Please visit our full guidelines for more information. By republishing this article, you agree to these terms.