Secondo una lettera di ricerca pubblicata il 23 ottobre su JAMA Pediatrics, sia i bambini che avevano ricevuto il vaccino anti COVID-19 che quelli che non l’avevano ricevuto rilasciavano il virus per un periodo medio di tre giorni.
I risultati degli autori hanno suggerito che le politiche scolastiche che richiedono agli alunni malati di COVID-19 di rimanere a casa per cinque giorni sono appropriate e che le scuole non devono considerare lo stato di vaccinazione o di richiamo nelle politiche di rientro a scuola.
Tuttavia, sebbene possa essere valido, questo consiglio si è basato su un trucco statistico non corretto che nasconde le significative disparità di diffusione virale tra bambini vaccinati e non vaccinati.
Mentre tutti i bambini non vaccinati dello studio erano liberi dal virus entro il sesto giorno, 10 dei 52 bambini vaccinati (19%) hanno impiegato il doppio del tempo per liberarsi dal virus. Tre soggetti (circa il 6%) erano ancora infettivi al 10° giorno – tre volte più a lungo della mediana riportata.
Quanto a lungo i bambini rimangano contagiosi dopo una diagnosi di COVID-19 rimane un argomento di discussione, nonostante i dati globali mostrino che la stragrande maggioranza dei bambini sopravvive all’infezione.
Uno studio recente ha rilevato che i bambini raramente trasmettono il virus agli adulti, il che non sorprende se si considera che uno studio del 2021 ha dimostrato che i tamponi naso-gola dei bambini infetti avevano solo la metà delle probabilità – rispetto ai tamponi degli adulti – di contenere il virus in grado di causare malattie.
Ecco come i ricercatori hanno condotto lo studio
Tra aprile e settembre 2022, i ricercatori guidati dal Dr. Neeraj Sood, esperto di politiche sanitarie presso la University of Southern California, hanno reclutato 76 bambini di età compresa tra i 7 e i 18 anni con un test PCR positivo per la COVID-19. La metà era di sesso maschile e il 68,4% (52 soggetti) era stato vaccinato per la COVID-19.
Dei bambini vaccinati, 35 avevano ricevuto due dosi, 15 avevano ricevuto una terza iniezione (richiamo) e due non hanno fornito dettagli.
Gli sperimentatori hanno prelevato dei tamponi dalla gola dei soggetti il giorno in cui sono risultati positivi al test (giorno 0), e successivamente ogni due giorni fino al giorno 10.
I campioni sono stati analizzati per verificare la loro capacità di infettare le cellule in coltura attraverso un effetto “citopatico” o di cambiamento cellulare. I test citopatici utilizzano microscopi non sufficientemente potenti per vedere i virus o il loro ingresso nelle cellule, ma cercano invece cambiamenti visivamente evidenti nel tempo nelle cellule del test esposte al tampone virale. Gli esami microscopici sono stati effettuati al sesto, ottavo e decimo giorno.
Gli investigatori hanno riportato che la “durata mediana dell’infettività”, ossia il tempo in cui un bambino era infettivo, era di tre giorni sia per i soggetti vaccinati che per quelli non vaccinati.
La mediana di un insieme di dati è il valore centrale, con un numero uguale di valori superiori e inferiori. La media è uguale a tutti i valori divisi per il numero di voci.
La media e la mediana degli stessi dati possono essere molto diverse. Ad esempio, il valore mediano dell’insieme di dati 2, 3, 5, 8, 42 è 5 (il numero nel mezzo), ma la media è 12. L’uso dei valori mediani è legittimo in questo caso perché 5 è più vicino a un valore “tipico” e c’è solo un outlier (o valore anomalo).
Ma la tattica di Sood di definire “outlier” il 20% dei soggetti che ha continuato a diffondere il virus fino a 10 giorni è dubbia. Tutti, a quanto pare, erano vaccinati.
Come mostra la Figura 1, i 10 soggetti vaccinati (19%) che sono rimasti contagiosi alla fine del sesto giorno non erano outlier e il loro stato infettivo non era un evento raro e inspiegabile, ma tipico di questo set di dati.
L’uso della durata mediana anziché di quella media dell’infettività sminuisce il significato di gran parte dei dati relativi ai soggetti vaccinati nello studio di Sood. L’approccio era errato anche per il gruppo dei non vaccinati, poiché questi dati sono strettamente distribuiti intorno ai tre giorni, senza valori anomali.
L’equiparazione dei valori mediani per i soggetti vaccinati rispetto a quelli non vaccinati ha permesso ai ricercatori di combinare i dati dei due gruppi e di riferire che 14 partecipanti (18,4%) erano infettivi al quinto giorno e tre (3,9%) diffondevano ancora il virus al decimo giorno.
Anche in questo caso, tutti i soggetti ancora positivi dopo il sesto giorno erano stati vaccinati – ma nascondere questo fatto scomodo ha permesso agli autori di concludere, senza considerare i valori medi più informativi, che “non c’era alcuna associazione tra la durata dell’infettività e la vaccinazione o lo stato di richiamo”.
Questa contraddizione è evidente nella Figura 1B.

Figura 1B. Percentuale di soggetti infettivi nel tempo, per stato vaccinale.
Percentuale (asse verticale) di soggetti vaccinati (linea continua arancione) e non vaccinati (linea continua nera) contagiosi dalla diagnosi iniziale di COVID-19 in giorni (asse orizzontale). I numeri sotto il grafico rappresentano il numero di pazienti che ancora diffondono il virus, con i gruppi “non vaccinati” e “vaccinati” indicati separatamente. Al sesto giorno nessun soggetto non vaccinato era contagioso, ma 10 pazienti vaccinati continuavano a diffondere il virus. Il giorno 10, quando è stato eseguito l’ultimo test di infezione cellulare, tre soggetti vaccinati diffondevano ancora il virus.
Come l’hanno raccontato i media
Diversi media hanno ripreso la storia.
MedPage Today ha pubblicato una semplice versione delle conclusioni degli autori: “Non c’era alcuna differenza nella durata dell’infettività in base allo stato di vaccinazione”.
Il notiziario del Center for Infectious Disease Research and Policy [Centro per la ricerca e le politiche sulle malattie infettive] dell’Università del Minnesota ha riferito che alcuni bambini sono rimasti infettivi più a lungo: “Quattordici bambini (18,4%) erano ancora infettivi al quinto giorno e 3 (3,9%) lo erano al decimo giorno”.
Tuttavia, il centro non menzionava il fatto che tutti i bambini rimasti infettivi dopo il quinto giorno erano vaccinati.
Medical Dialogues ha ripetuto entrambi i racconti favorevoli al vaccino: “Il tempo mediano di infettività è stato di 3 giorni, con il 18,4% dei bambini ancora infettivi al quinto giorno e il 3,9% infettivi al decimo giorno. Lo studio non ha trovato alcuna associazione tra il tempo di infettività dei bambini e il loro stato di vaccinazione”.
Perché combinare i dati relativi ai vaccinati e ai non vaccinati?
Escludere deliberatamente i dati rilevanti ma analizzare i dati correttamente è un modo per selezionare i risultati da presentare e quelli da oscurare. Sood non ha fatto questo.
Poiché ha fornito tutti i suoi dati, ha fatto ricorso a un approccio più comune e accettato, basato su un gioco di prestigio statistico o su “falsità precise“. Per usare un’analogia tratta dalla vita di tutti i giorni si pensi a un avvocato che sa che il suo cliente è colpevole, ma si adopera comunque per farlo assolvere.
La selezione di dati e le statistiche selettive fanno parte di un insieme più ampio di pratiche di ricerca discutibili, che sono vecchie quanto la ricerca stessa.
Si possono ipotizzare le motivazioni alla base di tali pratiche, ad esempio aspettarsi un risultato (i bambini vaccinati guariscono più velocemente dalla COVID-19 rispetto a quelli non vaccinati) ma scoprire a metà di uno studio che un altro risultato (no, non guariscono) è inevitabile.
Ma di solito il tutto si riduce al semplice fatto che a nessuno piace avere torto.