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05-07-2023 News

COVID

Citando tattiche “orwelliane”, giudice federale ordina alla Casa Bianca di smettere di censurare i post degli americani sui social media

Nella sua sentenza di 155 pagine, il giudice Terry Doughty ha affermato che esistono “prove sostanziali” che il governo ha violato il Primo Emendamento impegnandosi in una campagna di censura su larga scala che ha preso di mira i contenuti che mettevano in dubbio o contrastavano le narrazioni ufficiali sulla COVID-19.

social media censorship white house feature

Con una sentenza storica, martedì un giudice federale ha temporaneamente proibito a diversi funzionari dell’amministrazione Biden e alle agenzie federali di comunicare con le piattaforme dei social media.

Nella sua sentenza di 155 pagine, il giudice Terry Doughty della Corte distrettuale degli Stati Uniti per il distretto occidentale della Louisiana, divisione di Monroe, ha affermato che esistono “prove sostanziali” che il governo ha violato il Primo Emendamento impegnandosi in una campagna di censura su larga scala che ha preso di mira i contenuti che mettevano in dubbio o contrastavano le narrazioni ufficiali sulla COVID-19.

Doughty ha detto che “le prove prodotte finora descrivono uno scenario quasi distopico”.

Ha poi aggiunto:

“Se le accuse mosse dai querelanti sono vere, il presente caso comporta probabilmente il più massiccio attacco alla libertà di parola nella storia degli Stati Uniti. Nei loro tentativi di sopprimere la presunta disinformazione, il governo federale, e in particolare gli imputati qui citati, avrebbero ignorato palesemente il diritto alla libertà di parola sancito dal Primo Emendamento. …

“Durante la pandemia di COVID-19, un periodo forse meglio caratterizzato da dubbi e incertezze diffuse, il governo degli Stati Uniti sembra aver assunto un ruolo simile a un orwelliano ‘Ministero della Verità'”.

Doughty ha concesso l’ingiunzione nell’ambito di una causa intentata nel maggio 2022 dai procuratori generali del Missouri e della Louisiana insieme a diversi esperti medici e giornalisti che sostenevano che le piattaforme di social media censuravano le loro opinioni, che andavano contro la narrazione ufficiale del governo.

La causa sostiene che l’amministrazione Biden e le agenzie federali hanno collaborato e “incoraggiato in modo significativo le aziende Big Tech a sopprimere tali discorsi”, facendo pressioni su di loro affinché si impegnassero in uno “schema di censura per procura“.

Children’s Health Defense (CHD) e il suo presidente in congedo, Robert F. Kennedy Jr. sono i querelanti di un caso simile, una causa collettiva presentata a marzo. La causa, che denuncia una “campagna sistematica e concertata” di censura da parte dell’amministrazione Biden e del governo federale, è pendente presso lo stesso tribunale.

Nella sentenza di martedì (pagina 17), il giudice Doughty ha fatto riferimento a Kennedy menzionando gli sforzi dell’amministrazione Biden per rimuovere i tweet e altri contenuti dei social media pubblicati da Kennedy durante la pandemia e l’inclusione di Kennedy nella cosiddetta “Disinformation Dozen” (Dozzina della disinformazione) del Center for Countering Digital Hate (Centro per il contrasto dell’odio digitale) e del Virality Project.

Commentando la sentenza di martedì, Kennedy ha dichiarato a The Defender:

“Questo è uno dei più importanti casi sul Primo Emendamento nella storia della nostra nazione. La causa Missouri contro Biden riguarda tutti gli americani, indipendentemente dall’affiliazione di partito, dall’ideologia politica, dalle convinzioni personali o dalla religione.

“La libertà di parola è stata la pietra miliare della nostra democrazia fin dalla nascita della nazione. Un presidente americano non ha il diritto di usare il potere della Casa Bianca per mettere a tacere i suoi critici. Queste azioni sono state un anatema per i nostri valori fondamentali americani e una delusione per tutti coloro che nel resto del globo vedono l’America come esempio di democrazia per il mondo”.

Il procuratore generale della Louisiana, Jeff Landry, ha definito la sentenza “storica” e ha detto che essa impedisce all’amministrazione Biden di “censurare il discorso politico fondamentale degli americani comuni” sui social media.

In una dichiarazione condivisa con The Defender, Landry ha detto:

“Le prove del nostro caso sono scioccanti e offensive: alti funzionari federali hanno deciso di poter imporre ciò che gli americani possono o non possono dire su Facebook, Twitter, YouTube e altre piattaforme riguardo alla COVID-19, alle elezioni, alle critiche al governo e altro ancora.

“La storica sentenza di oggi è un grande passo avanti nella lotta continua per proibire al nostro governo la censura incostituzionale. Aspettiamo fiduciosi di procedere nella causa e difenderemo vigorosamente l’ingiunzione in appello”.

L’ingiunzione fa i nomi di diversi funzionari dell’amministrazione Biden e di agenzie federali, vietando loro di intrattenere discussioni con le piattaforme di social media allo scopo di “incoraggiare, fare pressione o indurre in qualsiasi modo la rimozione, la cancellazione, la soppressione o la riduzione di contenuti protetti dalla libertà di parola”.

La sentenza non vieta all’amministrazione Biden e alle agenzie federali di comunicare con le società di social media in merito ad attività criminali e potenziali crimini informatici, minacce alla sicurezza nazionale, sforzi di soppressione degli elettori, minacce alla pubblica sicurezza o altri contenuti non protetti dalla libertà di parola.

Le agenzie citate includono il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti (HHS [acronimo di Health and Human Services]), l’Istituto Nazionale delle Allergie e delle Malattie Infettive, i Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie, il Dipartimento di Giustizia (DOJ [acronimo di Department of Justice]), il Dipartimento della Sicurezza Interna degli Stati Uniti (DHS [acronimo di Department of Homeland Security]), il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e la Cybersecurity and Infrastructure Security Agency  [Agenzia per la sicurezza informatica e delle infrastrutture].

Tra i funzionari dell’amministrazione citati nella causa figurano il Surgeon General Vivek Murthy, il direttore dell’HHS Xavier Becerra, il segretario del DHS Alejandro Mayorkas, la segretaria per la Stampa della Casa Bianca Karine Jean-Pierre e tutti i dipendenti del DOJ e dell’FBI.

Doughty ha elencato specificamente Facebook/Meta, Twitter, YouTube/Google, WhatsApp, Instagram, WeChat e TikTok nella sua sentenza, che include un’esclusione che consente al governo di comunicare con queste piattaforme in relazione a post contenenti attività criminali o minacce alla sicurezza nazionale.

La sentenza riscuote un’ampia approvazione

In un post su Twitter dopo la sentenza, il senatore Eric Schmitt (Rep.-Missouri), che era procuratore generale del Missouri quando la causa è stata intentata nel 2022, ha dichiarato: “La vittoria di oggi in tribunale è una grande vittoria per il Primo Emendamento e un colpo alla censura”.

Il procuratore generale del Missouri Andrew Bailey ha twittato: “La Corte ha accolto la nostra mozione per bloccare gli alti funzionari del governo federale dal violare i diritti di milioni di americani garantiti dal Primo Emendamento”.

Nelle osservazioni condivise con The Defender, diversi esperti di diritto, salute pubblica e media hanno applaudito la sentenza di Doughty.

Il Dr. Aaron Kheriaty, psichiatra e direttore del Programma di Bioetica e Democrazia Americana presso il Centro di Etica e Politiche Pubbliche, che è uno dei querelanti nella causa, ha dichiarato a The Defender:

“La Costituzione degli Stati Uniti è una specie di miracolo. Ma se non la difendiamo, è solo un pezzo di carta.

“Questo caso è una parte importante di questo sforzo e non è un caso che il giudice abbia emesso la sentenza proprio il 4 luglio. È estremamente raro che le sentenze vengano emesse durante le festività federali. L’ingiunzione di ieri è un passo importante sulla lunga strada verso la Corte Suprema… La sentenza di ieri segna l’inizio della fine del leviatano della censura”.

Rispondendo all’affermazione di Doughty, secondo cui “la discriminazione dei punti di vista è una forma particolarmente grave di discriminazione dei contenuti” che va “al di là delle linee di partito”, Kheriaty ha aggiunto:

“Contrariamente a quanto si legge su alcuni media, non si tratta di una questione di parte. Il giudice ha accolto la nostra ingiunzione, perché ciò che il governo sta facendo viola chiaramente la legge più alta del Paese, ovvero la Costituzione degli Stati Uniti.

“Non è una questione di destra o di sinistra. È una questione di ciò che è legale o illegale. Il comportamento del governo è stato criminale. Punto e basta”.

Kim Mack Rosenberg, facente funzione di consigliere generale di CHD, ha descritto la sentenza di Doughty come “un passo importante per ripristinare il diritto fondamentale di ogni americano non solo di parlare liberamente, ma anche di ascoltare e analizzare una varietà di punti di vista”.

Ha aggiunto:

“Come americana e a nome di CHD, sono profondamente colpita dal fatto che il giudice Terry Doughty abbia emesso la sua sentenza a sostegno della libertà di parola nel giorno dell’Indipendenza. La libertà di parola è una pietra miliare della nostra Carta dei diritti e il giudice Doughty si è espresso con forza e coraggio a favore della prevenzione delle violazioni di questi diritti nell’era dei social media.

“In verità, purtroppo, gli americani sono stati privati non solo del diritto di esprimersi su questioni controverse – soprattutto negli ultimi tre anni – ma anche del diritto, di fondamentale importanza, di ascoltare e valutare diversi punti di vista su questioni essenziali per le nostre libertà”.

W. Scott McCollough, avvocato specializzato in Internet e telecomunicazioni con sede ad Austin, ha dichiarato che la sentenza di martedì è “una luce splendente”. McCollough ha affermato che la sentenza “riconosce la libertà” e che “il governo non può fare quello che stava facendo con queste aziende di social media”, che secondo lui sono “diventate effettivamente agenti governativi”.

Il Dr. Mark Crispin Miller, professore di studi sui media alla New York University, ha definito la decisione “una buona notizia”, aggiungendo: “In base al Primo Emendamento, il governo non può colludere con delle aziende – comprese le società di ‘social media’ – per limitare la libertà di parola dei cittadini. Per dirla in modo più diretto, tale collusione è, letteralmente, fascista”.

La Dott.ssa Meryl Nass, membro del comitato scientifico consultivo di CHD, ha dichiarato che, sebbene questo caso non sia ancora concluso, le sue ramificazioni sono “tremendamente importanti”.

Nass ha detto che le rivelazioni provenienti da questo caso e dai “file di Twitter” espongono “lo straordinario apparato di censura, che costa miliardi di dollari ogni anno, installato all’interno del DHS ed esternalizzato a centri accademici, organizzazioni non profit e aziende a scopo di lucro”.

Allo stesso modo, il giornalista indipendente Paul D. Thacker, che ha pubblicato diverse puntate dei “Twitter files”, ha dichiarato a The Defender che la sentenza ha anche implicazioni per la collusione delle istituzioni accademiche con il governo federale e le piattaforme di social media, con il pretesto di combattere la “disinformazione”.

“Credo che non ci si renda ancora conto di quanto alcuni settori del mondo accademico siano diventati vitali per l’industria della censura”, ha detto Thacker. “Il mondo accademico è stato sfruttato per aiutare a censurare gli americani. Credo che questo aspetto sia stato davvero trascurato”.

L’esperto di tecnologia Michael Rectenwald, autore di “Google Archipelago: The Digital Gulag and the Simulation of Freedom” (Arcipelago Google: Il gulag digitale e la simulazione della libertà) ed ex professore di studi liberali della New York University, ha dichiarato a The Defender:

“Queste aziende di social media non sono mai state imprese strettamente private e di libero mercato. Nessuno può dire in modo credibile: “Ma sono aziende private, possono censurare quello che vogliono”… [dato che] sono state gestite come un pupazzo da ventriloquo dal regime di Biden.

Come ho sottolineato più di quattro anni fa in “Arcipelago Google”, questi giganti dell’industria digitale sono apparati statali e lo sono stati fin dalla loro nascita. Sono finanziati dallo Stato, il loro personale è composto da ex agenti statali e fanno quello che gli ordina lo Stato…

“La collusione tra il governo e queste corporazioni equivale al fascismo”.

In un articolo pubblicato su The Gateway Pundit, Jim Hoft, fondatore e caporedattore del sito, ha definito la sentenza una “vittoria del Giorno dell’Indipendenza” e ha affermato che il governo federale, fino ad ora, “si è concentrato sull’offuscamento e l’ostruzionismo delle prove da un lato e, dall’altro, ha messo in atto numerose tattiche per sottrarsi alla causa legale”.

“Ora che il governo ha perso il suo principale sforzo per schiacciarci, inizia la vera guerra”, ha scritto Hoft. “Avendo perso questa battaglia cruciale, il Governo sarà costretto a impegnarsi in una scoperta completa e ‘generale'”, un processo in cui, ha detto, i querelanti “condurranno un’indagine ad ampio raggio sulla cospirazione fascista del Governo con Big Tech”.

Un “colpo” contro lo “sforzo della Casa Bianca di frenare la disinformazione sanitaria online”

Al momento della scrittura di questo articolo non è giunta alcuna risposta ufficiale da parte dell’amministrazione Biden o delle piattaforme Big Tech citate nella causa.

Un anonimo funzionario della Casa Bianca ha dichiarato all’Associated Press, a condizione dell’anonimato, che il DOJ “valuterà le sue opzioni in questo caso”, aggiungendo che “questa amministrazione ha promosso azioni responsabili per proteggere la salute, la sicurezza e l’incolumità pubblica di fronte a sfide come una pandemia mortale e attacchi stranieri alle nostre elezioni”.

“Il nostro punto di vista costante rimane che le piattaforme di social media hanno la responsabilità critica di tenere conto degli effetti che le loro piattaforme hanno sugli americani, ma fanno scelte indipendenti sulle informazioni che presentano”, ha dichiarato il funzionario.

In modo analogo, KFF Health News ha descritto la sentenza come un “colpo” contro lo “sforzo della Casa Bianca per frenare la disinformazione sanitaria online”.

In un tweet, Landry ha detto che si aspetta che il governo federale faccia ricorso, ma che lui e Bailey “difenderanno aggressivamente” il caso.

“Non abbiamo ancora finito. Abbiamo appena iniziato”, ha scritto Landry, aggiungendo che il caso potrebbe essere sottoposto alla Corte Suprema degli Stati Uniti.

Giudice: I querelanti hanno “probabilità di successo nel merito”

La causa è stata presentata il 5 maggio 2022. New Civil Liberties Alliance, un gruppo no-profit che rappresenta diversi critici dei vaccini anti COVID-19 e delle restrizioni, tra cui i dottori Jay Bhattacharya, Martin Kulldorff, Kheriaty e Jill Hines, si è unito alla causa nell’agosto 2022, così come Hoft.

Secondo l’accusa, l’amministrazione Biden avrebbe colluso con piattaforme come Twitter, Meta, YouTube, Instagram e LinkedIn per “sopprimere oratori, punti di vista e contenuti sgraditi” su argomenti come la COVID-19, l’integrità delle elezioni e lo scandalo del laptop di Hunter Biden, per prevenire la diffusione di “disinformazione”.

Il Dr. Anthony Fauci e diversi funzionari dell’amministrazione Biden hanno fornito deposizioni giurate nell’ambito della causa in corso.

Secondo la CNN, “anche se Doughty non si è ancora pronunciato sul merito delle richieste dei due Stati, il suo ordine… rappresenta la loro vittoria più significativa nella causa in corso”.

Tuttavia, nel memorandum che accompagna la sentenza, Doughty ha scritto  che i querelanti “probabilmente riusciranno a stabilire che il governo ha usato il suo potere per mettere a tacere l’opposizione”, e ha aggiunto:

“L’opposizione ai vaccini anti COVID-19; l’opposizione alle mascherine e ai lockdown per la COVID-19; l’opposizione alla teoria della fuoriuscita dal laboratorio del virus della COVID-19; l’opposizione alla validità delle elezioni del 2020; l’opposizione alle politiche del Presidente Biden; le dichiarazioni che la storia del laptop di Hunter Biden era vera; e l’opposizione alle politiche dei funzionari governativi al potere. Tutto questo è stato soppresso”.

Doughty ha respinto le argomentazioni degli avvocati dell’amministrazione Biden che, secondo l’AP, sostenevano che la causa mira a “sopprimere la parola dei funzionari del governo federale con il pretesto di proteggere il diritto di parola degli altri”.

Gli avvocati del governo hanno anche affermato che l’ingiunzione “ostacolerebbe in modo significativo” la capacità del governo di “fornire informazioni accurate al pubblico su questioni di grave interesse pubblico come l’assistenza sanitaria e l’integrità elettorale”.

Doughty aveva precedentemente rifiutato di respingere la causa. In una sentenza del 20 marzo, aveva ritenuto che le richieste dei querelanti fossero plausibili e degne di procedere nell’iter giudiziario, consentendo ai querelanti di raccogliere prove, tra cui le e-mail scambiate tra la Casa Bianca e le società di social media.

“Questa censura è stata incoraggiata – forse addirittura imposta – dall’amministrazione Biden e da diversi dipartimenti governativi chiave”, aveva scritto Doughty a marzo.

Al momento non sembra essere stata fissata una data per una decisione definitiva in merito all’ingiunzione.

Nel novembre 2022, CHD e altre organizzazioni e individui hanno chiesto di intervenire nella causa per conto dell’interesse pubblico e delle rispettive organizzazioni: CHD, Mercola.com, The Truth About Vaccines (La verità sui vaccini) e The Truth About Cancer (La verità sul cancro).

Kennedy il dottor Joseph Mercola e Charlene e Ty Bollinger sono tra i 12 individui presi di mira dal Center for Countering Digital Hate in quanto appartenenti alla “Disinformation Dozen” per i contenuti da loro condivisi online sui vaccini.

Essi chiedono l’accesso pubblico alle deposizioni giurate e ai documenti fondamentali del caso Missouri v. Biden, già prodotti per conto dei querelanti, per utilizzarli in altre cause, come quella di CHD del marzo 2023 contro l’amministrazione Biden.

McCollough ha dichiarato a The Defender che la causa è uno dei tanti casi all’esame dei tribunali con implicazioni significative per il futuro della libertà di parola negli Stati Uniti.

Questi casi includono due cause pendenti presso la Corte Suprema degli Stati Uniti che riguardano la Sezione 230, che offre ai fornitori di servizi Internet tutele legali per l’hosting, la moderazione e la rimozione della maggior parte dei contenuti degli utenti, due cause che riguardano leggi statali che limitano la censura dei social media e le cause in corso contro il governo federale Missouri contro Biden e le cause di CHD.

McCollough ha dichiarato che la decisione della Corte Suprema del 30 giugno nella causa 303 Creative LLC contro Elenis, che ha stabilito che il Primo Emendamento proibisce allo Stato del Colorado di obbligare una creatrice di siti web a creare un sito con messaggi che violano i suoi valori, è “molto legata” alle altre cause in corso.

In seguito alla decisione per la causa 303 e alle cause in corso riguardanti i social media, i tribunali “finalmente capiranno” qual è il ruolo delle piattaforme di social media nel regolamentare il discorso e nel lavorare per conto del governo, ha affermato.

McCollough ha detto che l’esito di questi casi “determinerà la direzione che prenderà questo Paese, se davvero soccomberemo a questo insieme di società globali, tutte sotto il controllo di un gruppo elitario globale che controlla l’informazione, l’economia e ogni aspetto della nostra vita“.

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